Due
righe dovute
Quelli che di
comunicazione se ne intendono asseriscono che
due righe di presentazione del curatore, non
solo sono necessarie, sono dovute. Così, pur preferendo rimanere nell'immaginario
di chi vorrà leggermi, eccomi qui a scriverle. Dirò
subito che sono nato nel 1936, nel Trentino, esattamente
a Cles, sul Dós di Péz, un paradiso in
quell'epoca.
A nove anni
mi trasferii a Milano ove la mia famiglia emigrò.
I tempi, la nostalgia, i miei influssi dialettali
ostacolarono l'inserimento metropolitano.
I nuovi amici, i "fiulèt"
di quel
rione,
erano infatti poco inclini alle aperture, malgrado l'intelligenza,
la fantasia, la spigliatezza che li caratterizzava.
Tutte doti
necessarie per compensare quella mancanza d'altro
che contrappuntava allora la vita giovanile
fatta di scuola, oratorio, le acque
allora
cristalline del Bulagnus, del Ticinello,
del Porto di Mare, infine i grandi spazi
dei prati di una periferia assai
prossima e conurbata. Tanto bastava in
quei tempi per
essere educati, nuotare, giocare al pallone
oppure alla "lippa".
In un simile
contesto il dialetto meneghino era ovviamente
d'obbligo per chi volesse -come oggi si
dice- socializzare. Diversamente si diveniva
un bersaglio su cui esercitare un tiro che spesso
lasciava il segno.
Così, un
poco per forza e un poco per una sorta di antesignana
full immersion la parlata milanese divenne
il mio terzo idioma, accanto all'italiano e
al dialetto nònese, nòneso o nònes
che dir si voglia.
E finalmente
venni ammesso nella batéra del Vigéntin, che raggruppava i ragazzi
di quel rione che abitavano
sulla lunghissima Via Ripamonti, nel tratto
che andava dal Rondò del tram n. 24 alle
Casermette della contraerea ormai scomparse.
Per la
verità, il risultato si concretizzò anche a
merito di un mio incontrollabile pugno che
raggiunse il naso del Peroni, un grandun
che si divertiva
a schersà la mia Terra.
Per qualche
tempo si continuò a chiamarmi
venesian, senza ulteriori attributi tuttavia.
Fu per me una conquista importante, in pratica
la cittadinanza, cui fece
curiosamente
da contraltare una nostalgia crescente per
le mie origini e un bisogno di scriverne.
Col tempo
le mie riflessioni maturarono, vennero
riviste e rivisitate fino a farle
assomigliare a versi. Qualcuno li chiamò
addirittura poesie e mi suggerì di metterle
in rete per tentare un progetto culturale
aperto a tutti.
Uno
spazio dedicato a coloro che volessero
ricordare qui, nelle forme più
svariate, la Valle di Non, il Trentino e la
sua gente per tramandarne un segno.
Il resto
della mia vita è una storia personale e metropolitana
che non può interessare in questa sede. Una
vicenda ormai lunga, fatta di studio, grandi
viaggi e appassionato lavoro, per raggiungere
obiettivi, talvolta ambiziosi, cui spesso si
tende per arrivare da qualche parte.